Chirurgo ribelle (di Erik Gandini, 2016) – quando la tecnologia non c’è: il trionfo della creatività

chirurgo ribelle

Se avete visto “La teoria svedese dell’amore”, Erik Erichsen è sicuramente il personaggio che più vi sarà rimasto nel cuore. Ma sia che abbiate visto il film, sia che non l’abbiate visto, non perdete “Chirurgo ribelle”, il nuovo film/documentario di Erik Gandini, interamente incentrato sulla figura di questo straordinario medico svedese che ha lavorato per 10 anni in Etiopia, patria della moglie Sennait, infermiera che gli è sempre costantemente accanto, sul lavoro e nella vita.

Io sono stata fortunata. L’ho visto ieri sera, proiettato in anteprima al cinema Beltrade di Milano. Il film è straordinario, ma la circostanza ancora più straorinaria è stata che alla proiezione erano presenti proprio Erik e Sennait, insieme all’aiuto regista Iacopo Patierno.

Il film racconta di come Erik, dopo aver sperimentato in Svezia la noia (la stessa noia di cui parlava Bauman alla fine dell’altro film?), una noia per una professione che, scelta per passione, affoga ormai nella burocrazia, ha deciso, con la moglie, di trasferirsi in Etiopia, nel paese di cui lei è originaria, e di come lì, in un ospedale privo dei mezzi ipertecnologici di cui dispone la sanità nei paesi occidentali, sono riusciti a vivere pienamente la passione per il loro lavoro e hanno sviluppato una creatività inimmaginabile, che permette loro di compiere operazioni anche molto complicate con mezzi che potremmo definire “di fortuna”. Un comune trapano, raggi delle biciclette, filo da pesca, fascette da elettricista e mollette diventano per Erik strumenti per operare e curare.

Osserviamo Erik diagnosticare e operare le più diverse patologie, comunicare ai pazienti le diagnosi e accettare le loro decisioni, di qualsiasi tipo siano. Si, di qualsiasi tipo, perché non è infrequente che in Etiopia le persone rifiutino di sottoporsi ad alcune operazioni, anche se i medici hanno cercato di far comprendere loro la gravità della loro condizione.

Fa riflettere osservare come quest’uomo e la sua equipe rispettino la cultura e le scelte dei loro pazienti, lontani da quel senso di onnipotenza che a volte “contagia” i curanti occidentali (e nella categoria dei curanti metto anche la mia, nessuno di noi è immune), ma in contatto con quella che lui stesso definisce la sua coscienza. Lo vediamo tollerare il senso di impotenza che, spesso, si prova quando non si riesce ad aiutare qualcuno e confrontarsi con la sofferenza dell’altro con un’umanità profonda e semplice allo stesso tempo, consapevole, come ha spiegato nella discussione seguita al film, che il problema del paziente è del paziente, non suo, ma il suo compito è fare di tutto per risolverlo.

Nel film sembra a volte duro e sbrigativo nella comunicazione delle diagnosi, ma, come lui stesso ha detto ieri sera: “non sono io che sono duro, è la vita a esserlo”. In realtà ha poi raccontato che quello che noi vediamo nel film è un pezzo del suo lavoro, cui segue quello della sua equipe che spiega e argomenta la diagnosi e accompagna il paziente nella comprensione di quanto gli sta accadendo.  È pur vero che in Etiopia si va all’essenziale, in tutti i sensi: non si può fare tutto e se non serve non si fa.

Osserviamo poi un rapporto con il corpo, la malattia e la morte completamente diverso da quello che abbiamo, nella maggior parte dei casi, noi occidentali. In Etiopia la malattia e la morte sono qualcosa di integrato rispetto alla vita, non di escluso o rimosso, come spesso lo viviamo noi.

E da questo Erik dice di aver imparato molto. Di aver imparato molto dal popolo etiope e di aver sperimentato la gioia di poter aiutare delle persone che si fanno aiutare, diversamente da quanto accade in Svezia. Erik e Sennait hanno dato tanto, tantissimo, ma ci raccontano di aver ricevuto altrettanto. Osserviamo infatti due persone serene, equilibrate e che paiono davvero in pace con se stessi e con il mondo.

Anche l’aiuto regista presente alla proiezione, interrogato dal pubblico su come questa esperienza professionale avesse inciso su di lui, ha raccontato di come questa esperienza molto forte lo abbia portato, alla fine, a valorizzare più pienamente il proprio lavoro, volto a documentare e far conoscere questa meravigliosa realtà, ma passando attraverso altre fasi in cui si è interrogato criticamente su di sé, paragonando, inevitabilmente, il proprio ruolo nel mondo a quello di questo medico straordinario che fa del bene in condizioni estreme.

Da questo film c’è solo da imparare. Che per essere felici non c’è bisogno di tutto quello di cui pensiamo di avere bisogno, che non abbiamo il controllo sulla nostra vita ma che non è questo che ci porterebbe la felicità, che a volte la tecnologia migliore sta nella nostra testa e che l’imperfezione è una condizione che apre la strada alla creatività.