Dunkirk (di Cristopher Nolan, 2017): la speranza, la libertà e il tempo

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Non ho mai amato i film di guerra, ma la mia adorazione per il cinema di Nolan mi ha portata a al cinema a vedere “Dunkirk” nei primissimi giorni di programmazione (anche se poi per scrivere la recensione ci ho messo un po’ di tempo…) e non me ne sono pentita. È vero che è ambientato in guerra, ma, più che un film di guerra vero e proprio, mi è sembrato un film sulla natura umana, o meglio, su come gli esseri umani possono affrontare le condizioni di paura, pericolo e privazione, restando esseri umani.

Il film racconta un frammento dell’esistenza di alcuni personaggi durante la seconda guerra mondiale, nella primavera del 1940, quando le truppe inglesi sono rimaste intrappolate sulla spiaggia di Dunkirk. Seguiamo le vicende dei soldati bloccati sulla spiaggia (una settimana), di alcuni civili in mare (un giorno) e di alcuni piloti dell’aviazione (un’ora), impegnati rispettivamente nel salvataggio e nella difesa dei soldati.

Cercherò di non raccontarvi come si evolve il film, ma vi dirò su che cosa mi ha fatto riflettere, ovvero fondamentalmente su tre cose, cioè il tempo, la speranza e la libertà.

Per quanto riguarda il tempo, è evidente da subito che è uno dei cardini attorno a cui ruota il film, che si sviluppa, appunto, su tre piani temporali diversi (una settimana, un giorno, un’ora), ma mescolati nel racconto. Quello a cui tutto questo mi ha fatto pensare è come la percezione del tempo che abbiamo spesso dipenda da quanto potere sentiamo di avere nel determinare il corso degli eventi, ma soprattutto, al di là del potere reale che abbiamo, quanto sentiamo di poter essere o meno attivi rispetto a quello che ci accade. Cioè, come per i soldati sulla spiaggia, il nostro tempo sembra dilatarsi all’infinito quando ci sentiamo impotenti rispetto a ciò che ci accade, mentre sembra scorrere più veloce quanto più sentiamo, come i soccorritori sulla barca o come i piloti sugli aerei, di avere un qualche potere per agire sulla realtà.

Per quanto riguarda la speranza e libertà, sarà che ultimamente ho letto “Uno psicologo nei lager” di Viktor Frankl, ma le sue riflessioni sulla speranza che l’uomo, anche nelle condizioni peggiori, possa dare un senso alla propria vita e, anche in condizioni di prigionia, sia libero di scegliere che tipo di persona essere mi sono sembrate calzare a pennello per i vari personaggi del film: soldati, soccorritori e piloti.

In un contesto di pericolo costante e in una situazione-limite come è quella della guerra, vediamo personaggi che conservano la loro umanità, danno un senso alla vita (lunga o breve che sia) grazie alle azioni che compiono per il bene altrui e che scelgono, anche quando sembra che possibilità di scelte non ce ne siano più, di sacrificare la propria vita per quella di (tanti) altri. Insomma, viene proprio da pensare che la vera libertà non consista nel non essere imprigionati, ma, come scrive Franlk, nell’ “affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta”. E di questa  speranza e di questa libertà nessuno ci può privare.

Avrete capito che secondo me questo film è molto molto bello e vi consiglio di vederlo. Un solo avvertimento: la sensazione di essere sotto assedio da qualunque parte è abbastanza presente durante tutto il film, quindi tenetelo presente se siete particolarmente sensibili al trovarvi in spazi chiusi.