The swedish theory of love (di Erik Gandini, 2015): la strada per la felicità tra solitudine e dipendenza

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E’ possibile sentirsi liberi e contemporaneamente vivere i propri legami familiari? E, soprattutto, che cosa vuol dire essere felici oggi?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che solleva solleva il documentario “The swedish theory of love”, di Erik Gandini.

Qualche settimana fa ho avuto la possibilità di vederlo una prima volta in un contesto privilegiato, in occasione di una giornata di studi psicoanalitici sulla coppia. Le riflessioni che ho potuto fare sono quindi anche il frutto degli stimoli raccolti durante la giornata e del ricco scambio che è avvenuto con i colleghi che erano presenti.

Ma che cosa ci racconta questo documentario? E cos’è questa teoria svedese dell’amore, enunciata nel titolo?  Più o meno, la teoria svedese dell’amore sembra essere questa: ad un certo punto, negli anni Settanta, i politici svedesi hanno deciso di liberare i loro concittadini da strutture familiari che li avevano imprigionati, in modo che, liberi dai vincoli gli uni verso gli altri, potessero restare uniti solo grazie a “rapporti veri”. La Svezia ha infatti intrapreso delle politiche economiche e sociali che rendono, tuttora, gli individui economicamente autonomi e indipendenti. Una situazione molto lontana da quella che invece sperimentiamo in Italia, dove invece, spesso, le difficoltà di tipo economico e organizzativo entrano pesantemente negli equilibri, anche relazionali, delle famiglie.

Che cosa è successo, dagli anni Settanta a oggi, in Svezia? Il film ci mostra una realtà attuale dove la maggior parte delle persone fa tutto da sola: si fanno i figli da soli, si vive da soli, si muore da soli. Molte persone spariscono, altre si tolgono la vita. Altre lavorano per cercare chi sparisce. Gli immigrati impiegano molti anni per integrarsi (7 anni, il tempo più lungo di Europa), ma c’è chi si dedica loro con impegno e dedizione e li aiuta nel comprendere una cultura tanto diversa da quella da cui provengono.

Vediamo anche dei ragazzi svedesi che si ritrovano nei boschi, fuori dalla loro quotidianità, e sembra che solo lì possano trovare un contatto umano, anche fisico. Anche se possiamo pensare che, allo stesso tempo, solo lì loro stessi si permettono di cercarlo e di viverlo.

Vediamo un medico svedese sposato con un’etiope che, in Etiopia, fa il suo lavoro in condizioni estreme con una dedizione commovente e dice: “Qui si vive nella povertà materiale ma la povertà spirituale in Svezia è di gran lunga superiore” e “potremmo imparare molto da questa cultura, ammiro queste persone, davvero”. Vediamo un gruppo di etiopi che percorre una lunga strada sorreggendo uno di loro su una barella.

Viene da pensare che, certo, a volte ci facciamo imprigionare dai legami familiari e fatichiamo, all’interno di queste reti di relazioni, a coltivare una sana autonomia, ma che la soluzione non può essere quella di rinchiudersi in un’indipendenza assoluta che, tra l’altro, non è che un’illusione. Che abbiamo bisogno di un uomo, di una donna, di un figlio, dello stato, ognuno di noi non può essere felice se non si percepisce in relazione a qualcun altro. E il fatto che spesso sia difficile gestire questa relazione, tanto che rischiamo di cadere nella dipendenza estrema o nel rinnegamento dei legami, non è altro che il segnale di quanto il rapporto con l’altro sia cruciale per noi essere umani.

In questo mare di contrasti, il filosofo Zygmunt Bauman, alla conclusione del documentario, ci offre la sua visione della felicità: “non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi, la vita felice viene dal superamento dei problemi, dalla lotta contro i problemi, dal risolvere le difficoltà, le sfide” e “si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide proposte dal fato, si tratta della gioia data dal superamento delle difficoltà, dalla lotta contro i problemi che vengono affrontati di petto e superati, e invece ci si sente persi se aumentano le comodità. Abbiamo tutto, tutto quello che ci serve per evitare la fame, la miseria, la povertà. Una cosa che non abbiamo e non può essere fornita dallo stato, dai politici che stanno in alto, è lo stare insieme agli altri, stare con altre persone, di questo ti devi occupare tu. Le persone che sono abituate ad essere indipendenti stanno perdendo la capacità di accettare la convivenza con altra gente, perché sei già stato privato della capacità di socializzare” E conclude: “più siamo indipendenti e meno siamo in grado di fermare la nostra indipendenza e sostituirla con una piacevolissima interdipendenza. Quindi in conclusione, l’indipendenza non è la felicità, alla fine l’indipendenza porta a una vita vuota priva di senso e a una completa, assoluta, inimmaginabile noia”.