Di Coronavirus, paura, fragilità e speranza

Televisori accesi in continuazione in attesa degli ultimi aggiornamenti, cellulari sempre in mano in cerca di notizie sul web, supermercati pieni (di gente) e vuoti (di cibo), farmacie con i cartelli “mascherine esaurite”. Cosa sta succedendo? Che cosa questa situazione sta toccando dentro di noi in modo da farci agire in maniera così impulsiva e irrazionale?

Quello che sta succedendo è che tutto questo sta muovendo dentro di noi un’emozione potentissima: la paura. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, non la stiamo affrontando, ma stiamo agendo lasciandoci accecare da essa. Quasi tutti o, comunque, molti di noi. Devo dirvi la verità: anche a casa mia la tv è rimasta accesa nel weekend, per poi essere spenta quando mi accorgevo che, invece di rassicurarmi, le notizie che sentivo – a volte anche contrastanti tra loro – finivano per aumentare la mia preoccupazione. Anche io ho passato un sacco di tempo col cellulare in mano cercando notizie e aggiornamenti, ma in realtà cercavo solo rassicurazione. Non l’ho trovata, come non l’avranno trovata molti di voi, e non potevo, non potevamo trovarla. Perchè la rassicurazione che cerchiamo non la troveremo sul web, in tv o sui giornali, ma, se rimaniamo in contatto con la nostra paura, forse potremo trovare, dentro di noi, una certa serenità. Si, perchè la paura è nostra e, proprio perchè è nostra, solo noi possiamo farci qualcosa. E la paura è un’emozione sopravvivenziale, è utile perchè ci permette di proteggerci in situazioni di pericolo. Il problema è che molte delle “soluzioni” che, inconsapevolmente, adottiamo nel rapportarci alla paura sono in realtà dei tentativi (inefficaci) di eliminarla e non di affrontarla.

Collocare il problema fuori di noi era (illusoriamente) rassicurante. In fondo, finché il virus era in Cina o ancora veniva dalla Cina, potevamo pensare che tutti i rischi fossero là, sentendoci al sicuro e invocando che qualcun altro (i politici, lo stato…) ci proteggesse. Per nessun motivo pensavamo di doverci interrogare sul fatto che, in qualche modo, fosse coinvolta anche la nostra responsabilità.

Adesso invece – facendo una citazione musicale – “gli altri siamo noi”. L’altro da cui ci guardiamo con sospetto non viene più dall’altra parte del mondo, ma è diventato il nostro vicino di casa, e noi stessi potremmo essere, o diventare, inconsapevolmente, diffusori del virus. E fare i conti con questa cosa è difficile perché ci confronta con la fatica che spesso facciamo ad assumerci la responsabilità della nostra vita (e anche di quella degli altri) e, anche, della nostre emozioni, tra cui la paura. Così continuiamo a prendercela con gli altri e a dare la colpa a qualcuno (lo stato, i politici, gli ospedali, la polizia…e chi più ne ha più ne metta…). Dare la colpa agli altri, però, non serve a nulla se non a farci sentire ancora meno capaci di affrontare la situazione e di certo non serve ad allontanare la paura. La paura non diminuisce, anzi aumenta, e in più ci ritroviamo con bel carico di rabbia e rancore. 

Un’altra “soluzione” per tentare di eliminare la paura è quella di negarla, rassicurandoci in un illusorio senso di onnipotenza, generalmente minimizzando ciò che temiamo (“Ma cosa vuoi che sia ‘sto virus??? Ma va, mica c’è da preoccuparsi!!!”). Questa è un’altra soluzione fallimentare, nonché pericolosa, perchè, nella maggior parte dei casi, porta a sottostimare i rischi e a disattendere le precauzioni che realmente potrebbero essere utili.

Il fallimento delle varie “soluzioni” per gestire la paura ci lascia così faccia a faccia con quella che non è più paura, ma è diventato terrore, e con la nostra sensazione di fragilità, di essere esposti e in balia di quel pericolo che in tutti i modi abbiamo cercato di allontanare. E allora corriamo al supermercato, a fare scorta di qualunque cosa pensiamo potrà aiutarci, sempre pensando che quello ci serve sia fuori e non dentro di noi. 

Quindi che cosa fare? A livello concreto, per prima cosa seguiamo le indicazioni che ci vengono date dalle istituzioni, che le prendono con il parere di chi ha competenze in materia di virus e avendo una visione molto più globale di quella che può avere qualsiasi singolo cittadino. Non è facile affidarsi ad altri e accettare di non avere il controllo della situazione, ma in questo momento è la prima cosa da fare. E magari, per qualcuno, sarà anche un’occasione per imparare a tollerare di non poter controllare tutto.

Poi una buona idea è, secondo me, scegliere fonti di informazione che riteniamo affidabili e verificare, come ci è possibile, le notizie che riceviamo. Questo ci farà sentire più attivi e sarà l’occasione anche per sviluppare un maggior senso critico rispetto alle notizie che circolano.

Contemporaneamente, però, diamoci anche il tempo e il modo di entrare in contatto con la nostra paura e con il senso di fragilità che, molto probabilmente, proviamo. Se davvero accettiamo di fare i conti in prima persona con tutto questo, da questa esperienza usciremo rafforzati, con la sensazione di essere più in grado di fronteggiare le avversità rispetto a quanto pensassimo e con la consapevolezza, forse, che la nostra fragilità non è qualcosa da rinnegare o temere, ma è parte della nostra stessa condizione umana. Se accettiamo di essere noi i responsabili di noi stessi, e magari anche degli altri, soprattutto di quelli più fragili (che poi sono le persone da tutelare maggiormente in questa situazione), allora magari possiamo scoprire che la responsabilità può anche essere qualcosa che ci fa sentire bene e non ci fa sentire in balia degli altri. Accettare la paura fa in modo che la paura stessa possa assolvere la sua funzione di protezione: è confrontandoci con la paura, non provando a eliminarla, che riusciremo ad avere una percezione più realistica della situazione e a mettere in atto comportamenti realmente protettivi e responsabili.

E se riusciremo anche a darci una mano l’un l’altro, se ci faremo diffusori di speranza invece che di paura, allora questa situazione sarà stata anche l’occasione per costruire qualcosa di buono: speranza, fiducia e relazioni.

Probabilmente avreste potuto fare anche a meno di un ennesimo post sul coronavirus, ma domenica, pensando che ieri sarei tornata al lavoro e probabilmente alcuni dei miei pazienti sarebbero stati molto più preoccupati e in ansia di me, ho capito che per essere loro d’aiuto avrei dovuto fare chiarezza dentro di me e capire quello che spaventava me, per poter accompagnare loro nel confronto con le loro paure. E poi ho pensato che magari questa riflessione avrebbe potuto essere di aiuto anche ad altri, e allora tra ieri e oggi mi sono messa a scrivere queste righe. In fondo penso che noi psicologi dobbiamo servire a questo, cioè ad aiutare le persone a essere più serene, e, se riusciamo a farlo con un po’ più di persone di quelle che frequentano il nostro studio, allora stiamo facendo qualcosa di buono. Se siete arrivati a leggere fin qui, mi auguro che sia stato davvero così.

P.S. Questo post affronta unicamente alcuni aspetti psicologi legati a quello che sta succedendo in relazione alla scoperta dei casi di coronavirus in Italia. Per tutto ciò che attiene gli aspetti medico-sanitari e i comportamenti da mettere in atto fate unicamente riferimento alle fonti istituzionali.