Una psicologa davanti a Sanremo: una lettura psicologica delle mie canzoni preferite di Sanremo 2018

Oggi “una psicologa davanti allo schermo” (che sono io) si trasforma in “una psicologa davanti a Sanremo” per commentare insieme a voi le mie canzoni preferite di questo Festival 2018. In realtà lo schermo c’è sempre, perché Sanremo, ovviamente, l’ho visto in tv. Parlerò solo delle canzoni, non dell’intrattenimento, e in particolare mi concentrerò sulle cinque canzoni dei Big che mi sono piaciute di più, raggruppandole in tre grandi temi su cui secondo me ci fanno riflettere. Le letture che propongo sono, ovviamente, mie, senza pretesa di aver “azzeccato” i significati con cui sono nate queste canzoni nella mente dei loro autori.

1. La paura, la speranza e Viktor Frankl

“Non mi avete fatto niente” cantata da Ermal Meta e Fabrizio Moro

La canzone, partendo dagli attentati terroristici degli ultimi anni, illumina il dolore e la pura con una luce di speranza, legata alla capacità dell’uomo di sopravvivere e continuare ad attingere, nonostante tutto, alla parte migliore di sé, guardando al futuro (“Contro ogni terrore che ostacola il cammino/Il mondo si rialza/Col sorriso di un bambino”). Il pensiero mi è andato subito a Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto ai campi di concentamento, e alle riflessioni sulla speranza che fa nel libro “Uno psicologo nel lager”: se un uomo, messo in condizioni estreme, riesce a conservare la sua umanità, allora possiamo ancora parlare di speranza e di futuro. Questa canzone ci ricorda poi che la paura ha il potere di bloccare la nostra vita solo se siamo noi a permetterglielo (“Non mi avete fatto niente/Non mi avete tolto niente/Questa è la mia vita che va avanti/Oltre tutto, oltre la gente/Non mi avete fatto niente/Non avete avuto niente/Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre”). Il mondo esterno può “farci paura”, ma la paura è dentro ognuno di noi e quindi ognuno di noi ha il potere di affrontarla e combatterla.

2. Bauman e la felicità nella nostra società

“Adesso” cantata da Roy Paci e Diodato

Io non so se Diodato, quando ha scritto la canzone, pensava a Bauman, ma, nelle parole della canzone, sembra esprimere un pensiero molto vicino a quello del grande sociologo sulla nostra società (che lui chiamava “liquida” e che altri hanno chiamato postmoderna o iper-moderna). In particolare, il testo (“Dici che torneremo a guardare il cielo/Alzeremo la testa dai cellulari…E dici che torneremo a parlare davvero/Senza bisogno di una tastiera”) sembra parlare di quello che Bauman (nel libro postumo “Meglio essere felici”, del 2017)  ha definito il “rimpiazzo della vera amicizia con i social network” che, usando le sue parole, “provoca una profonda sensazione di insoddisfazione”, dove il problema non è, evidentemente, l’utilizzo dei social network, ma il fatto che abbiano sostituito le relazioni off-line. L’invito che la canzone fa a ritornare a vivere pienamente la nostra vita (“E dici che troveremo prima o poi il coraggio/Di vivere tutto per davvero…Senza rincorrere un altro miraggio/Capire che adesso è tutto ciò che avremo…Dici che riusciremo a sentire ancora/Un’emozione prenderci in gola/Quando sei parte della storia/Fino a riuscire ad averne memoria) sembra sembra ricordarci quello che Bauman diceva sulla feclità: “la felicità comincia a casa. Non su internet, ma a casa, in contatto con le altre persone”.

3. L’amore

L’amore ferito, il lutto e la funzione delle favole: “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” cantata da Max Gazzè

Le fiabe hanno, per adulti e bambini, la funzione di aiutarci ad elaborare le tematiche universali, rendendoci più “digeribili” anche temi difficili e dolorosi. La canzone/fiaba di Gazzè ci parla di un amore che deve fare i conti con il dolore e la lutto, del rischio di non riuscire ad elaborare la perdita e di bloccare la propria vita per sempre, ma anche della speranza che si possa tornare a vivere di nuovo. Prende spunto da una leggenda sulla nascita del Pizzomunno (un bellissimo scoglio bianco sul mare di Vieste) e racconta di una storia in cui, anche se i due amanti si sono giurati amore eterno (“Io ti resterò per la vita fedele/E se fossero pochi, anche altri cent’anni”) l’innamorata di un bel pescatore viene rapita e trascinata sul fondo del mare dalle sirene, invidiose e invaghite di lui. Lui, impazzito di dolore, si trasforma in un gigantesco scoglio, il Pizzomunno, appunto (“E quell’ira accecante lo fermò per sempre/E così la gente lo ammira da allora/Gigante  di bianco calcare che aspetta tuttora il suo amore rapito e mai più tornato”). Se da una parte questa canzone ci fa sognare con un favoloso “per sempre” che va oltre la vita e la morte, facendoci riflettere su come si possa tenere vivo un grande amore anche solo nel proprio cuore, dall’altra non può non far pensare a come la perdita di una persona amata, se non elaborata, finisce per bloccare la vita di chi quella perdita l’ha subita, proprio come succede a Pizzomunno che, pietrificato dal dolore, si trasforma in una roccia. La fine della canzone, come fanno le fiabe, apre uno spiraglio sulla possibilità che, nonostante il dolore, si possa tornare a vivere ancora l’amore (“Si dice che adesso/E non sia leggenda/In un’alba d’agosto/La bella Cristalda/Risalga dall’onda a vivere ancora/Una storia stupenda”). Nella fiaba è la bella Cristalda a fare ritorno, nella realtà sappiamo che questo non può succedere, ma sappiamo invece che se si accetta di attraversare il dolore e di elaborarlo si può tornare a vivere e ad amare.

Amare in un modo adulto: “Imparare ad amarsi” cantata da Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico

La canzone parla di un modo di amare adulto, che fa i conti col fatto che la vita e il partner non si possono controllare, ma accettare per quello che sono (“Giorno per giorno/Senza sapere/Cosa mi aspetta/Non è in mio potere”). Parla della consapevolezza che di amare non siamo mai capaci abbastanza e del coraggio di mettere fine a una storia quando smettiamo di investirci e di pensare al futuro (“Bisogna imparare ad amarsi in questa vita/Bisogna imparare a lasciarsi quando è finita”), prendendo in mano la vita in prima persona. Parla del bisogno di tenere viva una parte “bambina” per poter vivere l’età e le relazioni adulte in modo felice (“Conservo l’infanzia/La pratico ancora/La seduzione mi affascina sempre/E in fondo sentire che esisti felicità/Abbracciami ancora una volta /Mi basterà”) e della libertà che deriva dall’abbandono del bisogno di controllo (“Giorno per giorno/Senza sapere/Cosa mi aspetta/Ma voglio vedere”).

L’amore “vero” (come diceva Bauman): “Passame er sale” di Luca Barbarossa

Questa canzone è un inno all’amore che dura nel tempo e che cambia, che ha saputo calare nella realtà la dimensione ideale e idealizzata dell’innamoramento per trasformarla in vita reale (“Passame er vino lo mischio cor sangue/Passame i sogni je metto le gambe”). È un amore che ha fatto i conti con la sofferenza e il limite di entrambi (“Se semo presi lasciati pentiti/E aritrovati…Se semo persi inseguiti impauriti/E in lacrime riconquistati/Se semo offesi difesi colpiti/E pe’ tigna mai perdonati”), ma ha saputo andare oltre e gustare la bellezza della sua pienezza (“Ah si me chiedi l’amore che d’è/Io non c’ho le parole ma so che ner core nun c’ho artro che te/Guardace adesso, t’aspettavi de più?/Gniente è lo stesso ma più bella sei tu/Che manco a ‘na stella cadente avrei chiesto de più”). È l’amore di cui ci parla Bauman (sempre nel libretto sulla felicità, di cui ho parlato prima): “Il vero amore…non è necessariamente una ricetta di felicità continua, è pieno di imboscate, e costa molti litigi, il sorgere di conflitti, di antagonismi, e così via, che sono comunque parte del fascino, del bisogno di rendere l’amore possibile, senza cercare facili scappatoie dinanzi ai problemi con cui ci si confronta”.

Ecco, queste sono le mie preferite. Ce n’è qualcun’altra che mi è piaciuta, ma queste cinque sono quelle che mi sono piaciute di più.

E voi, quali canzoni avete apprezzato del festival di quest’anno?